I PRESUPPOSTI CONCETTUALI:

(Segue da: Teoria)

1. Solitudine affettiva e solitudine sociale

La distinzione tra solitudine affettiva e solitudine sociale trova il suo fondamento nell’opera ormai classica di Robert Weiss (1973), che per primo ha messo in evidenza  l’esistenza di due specifiche forme di solitudine, aventi cause diverse e differenti manifestazioni.

Si parla di solitudine affettiva quando il vissuto di isolamento si fa sentire a livello emozionale, in quanto provocato dalla frustrazione del bisogno di attaccamento (v. Bowlby, 1979-83), a seguito della mancanza o della perdita di figure affettive importanti. D’altro canto, anche l’isolamento sociale - come condizione di mancata integrazione nello specifico contesto sociale in cui si vive – provoca vissuti di solitudine (sociale), che in questo caso corrispondono alla frustrazione del bisogno d’appartenenza (inteso come desiderio di sentirsi parte attiva di una qualche rete relazionale di cui si condividano norme e valori).

Due tipici esempi sono:

a) la donna che perde il proprio compagno (solitudine affettiva);

b) la moglie dell’immigrato, che pur potendo contare su un solido legame coniugale, fatica tuttavia a inserirsi nel nuovo ambiente (solitudine sociale).

Entrambe le solitudini condividono un'inquietudine e una sofferenza che sono generate dal desiderio o dal rimpianto di quella o quelle relazioni mancanti o perdute, ma il tipo di relazione di cui si soffre l’assenza è diverso nei due casi. Come non si sfama nessuno con un bicchier d’acqua e non si placa la sete con un pezzo di pane, così – secondo Weiss – le due forme di solitudine esigono soluzioni specifiche e non intercambiabili: la solitudine affettiva vuole il ripristino o l’instaurazione di quella specifica relazione affettiva di cui ci sente privati; la solitudine sociale richiede invece l’inserimento in una rete più estesa di rapporti interpersonali di cui ci si possa sentire parte attiva.

L’argomento appare intrigante, soprattutto per ciò che implica rispetto al vuoto affettivo (o solitudine affettiva), che è poi il tema che specificamente ci interessa.

Weiss afferma con insistenza che solo un nuovo partner porterà conforto alla donna separata o alla single che aspira a trovare un compagno, perché la solitudine non consiste in una generica mancanza di compagnia, ma nella mancanza di un tipo di relazione ben precisa (che per la solitudine affettiva è, nella stragrande maggioranza dei casi, la mancanza di una relazione di coppia). Ma allora soltanto le vecchie agenzie matrimoniali o i nuovi siti di ricerca fai-da-te del partner  servirebbero allo scopo (cfr: Siti d'incontro: le trappole della caccia al partner), mentre sarebbero del tutto inutili i servizi proposti dalle varie community della rete che organizzano eventi per single, o un sostegno d'ascolto come quello offerto da Telefono Amico. Aiuterebbe infatti ben poco l’incremento delle frequentazioni sociali, così come lo sviluppo di hobby e interessi, la consolazione dei figli, il tuffarsi nel lavoro, ecc… Sebbene ottimi rimedi per la solitudine sociale, questi ultimi lascerebbero comunque insoddisfatto quel bisogno di attaccamento che la solitudine affettiva aspira invece ad appagare.

Ma è proprio così?

Perfino Weiss esplicita le proprie riserve sull’efficacia di agenzie matrimoniali e club per cuori solitari (cfr. "Dalla mia esperienza di lavoro in agenzia matrimoniale al progetto attuale"; Relazioni di sostegno). Ma un’altra questione, più rilevante, sembra restare adombrata tra le righe.

Se, infatti, appare indubbio come un’intensa attività sociale non compensi più di tanto la mancanza di un partner, o che, viceversa, la vicinanza del coniuge non dissolva il problema d’integrazione dell’immigrato/a, che dire tuttavia della presenza/assenza di altre specifiche relazioni affettive importanti (amicizie femminili profonde, relazioni con consanguinei, ecc…)? Sono davvero così irrilevanti?

Sembrerebbe di no, tanto che lo stesso Weiss si sofferma poi sulla loro importanza con opportuni esempi.

Ma queste relazioni affettive “forti” (stabili, affidabili, confidenziali) su quale delle due solitudini sarebbero in grado di agire positivamente? Solo sulla solitudine affettiva? Solo sull'isolamento sociale?  Su entrambi?

La possibilità di far conto su un certo numero di amicizie fidate, o sulla vicinanza di consanguinei/parenti con cui si siano mantenuti rapporti stretti e positivi, costituisce spesso una preziosa risorsa, in grado di contrastare ambedue le forme di solitudine. L'accessibilità di singole relazioni personali non superficiali è in grado, cioè, di soddisfare almeno parzialmente il bisogno di attaccamento della solitudine affettiva, ma vale anche a mantenere l’inserimento della persona in una pur modesta rete relazionale, sul fronte della solitudine sociale. Inoltre, proprio queste relazioni personali di supporto, per quanto possano essere diverse nella sostanza dalla specifica relazione mancante, sono spesso in grado di fare da “ponte” a quest’ultima, come quando l’immigrato già inserito nel nuovo ambiente introduce nella propria cerchia l’amico o il parente appena arrivato, o come quando le amiche si adoperano a presentare alla donna che è stata appena lasciata dal partner gli uomini “liberi” di loro conoscenza.  

Ne consegue che forse la distinzione tra solitudine affettiva e isolamento sociale ha più valore a livello teorico che non sul piano pratico, sia perché le due solitudini spesso s’intrecciano nella realtà dei fatti (es. la solitudine affettiva genera facilmente anche una forma di ritiro sociale), sia perché i rapporti di amicizia (o di parentela), quando presenti e qualitativamente importanti, sono suscettibili di influenzare significativamente entrambe. Se invece anche questi sono carenti, è proprio in direzione del potenziamento di questi ultimi (es. amicizie) che si spalancano, con maggiori probabilità di successo, possibili interventi trasformativi che guidino alla risoluzione del problema.

Anche Weiss, al termine del suo libro, arriva in qualche modo alla stessa conclusione, ma sembra farlo quasi a dispetto  di un'argomentazione che si appunta invece sull'indipendenza reciproca delle due forme di solitudine, lasciando in ombra quella "porzione di realtà" in cui entrambe giocano la loro parte.

È  proprio questa  trascurata "porzione di realtà" quella che qui di seguito prendiamo in considerazione. 

(ProseguiI bisogni relazionali)

 

 

 

 

Consigli di lettura

Maria Miceli, Sentirsi soli, Il Mulino, Bologna, 2003

In meno di 200 paginette di scorrevole lettura, il miglior libro pubblicato in Italia negli ultimi anni sul tema della solitudine, per la serietà della disanima di teoria e ricerche (suffragata, peraltro, da una pregevole “Bibliografia ragionata”), che opportunamente si coniuga con varie indicazioni di ordine operativo, utili sia a chi soffre di solitudine sia ai professionisti che lavorano in questo ambito.

Sinossi stringata ma pressoché esaustiva delle problematiche che attengono al vissuto soggettivo del “sentirsi soli”, questo testo ha il pregio di proporsi in un tono sufficientemente divulgativo (senza tabelle o percentuali sui dati sociodemografici), restando tuttavia fedele a un esame critico del fenomeno e della letteratura che lo riguarda.

L’autrice è una ricercatrice che ha lavorato insieme a quegli studiosi statunitensi che da anni si occupano specificamente del tema, e ha il merito di estrapolare dal vasto materiale bibliografico disponibile in lingua anglosassone (spesso non tradotto in italiano) quei “nodi salienti” che probabilmente meritano anche la nostra attenzione, proponendoceli in un linguaggio chiaro e semplice, ma non di meno preciso.

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