I CRITERI OPERATIVI

6. L'intimità a distanza

La solitudine non dipende tanto dalla situazione in sé, ma da come questa viene valutata, e insieme dai "sintomi" di sofferenza che si sviluppano. D'altronde, sarà quasi inevitabile sperimentarla se la situazione obiettiva assomma tutta una serie di “mancanze relazionali” (partner, genitori, fratelli e sorelle, amicizie vicine e presenti). Ma la variabile soggettiva (percezione, aspettative, attribuzioni causali, autostima) continua sempre a fare la parte del leone.

Favorire la chiarificazione personale di "cosa" soggettivamente manchi davvero, "perché", "a quale riguardo", e "rispetto a quale termine termine di paragone", costituisce il primo passo di un percorso strategico finalizzato alla risoluzione del problema.
 

Ci sono persone alle quali bastano pochi affetti importanti per non sentirsi sole, anche se questi sono assenti dal quotidiano perché magari vivono a centinaia di chilometri di distanza.  All’opposto ce ne sono altre che hanno bisogno di una presenza fisica assidua su cui poter far conto, e rifuggono da quei rapporti che un tempo si mantenevano a livello epistolare e che oggi si coltivano tramite email, telefonate, messaggistica,  Skype, o semplicemente attraverso i social network.

Soprattutto nelle grandi città i ritmi di vita e di lavoro, insieme alle distanze e ai tempi degli spostamenti, precludono spesso l'assiduità e la "spontaneità accidentale" delle reciproche frequentazioni. Ormai solo nei piccoli centri succede ancora che la vicina di casa, l'amica, o il parente suonino il campanello e si fermino per un saluto e un caffè, senza bisogno di preavvisare e concordare l'incontro.

La sensazione di vuoto affettivo segnala spesso, soprattutto nell'universo femminile, il bisogno di trovare un interlocutore adatto e partecipe con cui confidarsi, condividere esperienze e vissuti, esprimere la parte più intima e genuina di sé, di contro alla “maschera” che normalmente indossiamo entro i contesti sociali più formali. Un bisogno di questo tipo può comunque essere soddisfatto anche da relazioni d’intimità a distanza, come succede spesso con i familiari o le amicizie d’infanzia, in caso di trasferimento in altra città per ragioni di studio o di lavoro. Telefonarsi, scriversi − o anche solo tenersi vicendevolmente aggiornati tramite Facebook − sono altrettanti modi per non perdere i contatti e conservare dei punti di riferimento emozionalmente importanti, per quanto rade possano essere le occasioni di rivedersi. In questi casi, il mantenimento della qualità del rapporto dipende tutto dalla frequenza dei contatti (telefonate, email, messaggi) e dalla “profondità” dei contenuti di volta in volta espressi.  La disponibilità ad aprirsi con l’altro nella propria intimità (Self-disclosure), o a mantenere comunque il precedente grado di confidenza, farà cioè la differenza tra relazioni a distanza superficiali, destinate a dissolversi nel giro di pochi mesi, e relazioni che invece conservano tutta l’intensità del rapporto profondo nonostante la distanza fisica. Queste ultime, per quanto non bastino da sole a risolvere il problema nella vita quotidiana, costituiscono tuttavia una preziosa risorsa a livello interiore, perché aiutano a sentirsi isolate fisicamente ma non affettivamente, sapendo che “altrove qualcuno ci capisce e ci ama”.

Quando in viaggio o in vacanza – o grazie a internet – ci capita d'incontrare una persona con la quale sentiamo una forte affinità, quell’amicizia può essere fruttuosamente coltivata anche a distanza, purché si sia disposte a mettersi in gioco sul piano della self-disclosure a un livello profondo. Non tutte le persone ritengono tuttavia che ne valga la pena.

Un’eccessiva riservatezza/timidezza (quando non si tratti piuttosto di una consolidata diffidenza verso gli altri) rende spesso difficile giocarsi verso il prossimo con quella genuina “apertura” che favorisce lo sviluppo di nuove amicizie. Il timore dell’altrui giudizio o la paura di concedere una fiducia mal riposta (che ci farà poi sentire respinte)  inibiscono spesso la possibilità di esprimersi a tutto tondo, e finiscono per mantenere i rapporti su un piano superficiale, che - se viene assommato alla distanza fisica - porta quasi sempre al rapido dissolversi della relazione.

Ma c’è anche la donna che non s'impegna a coltivare rapporti d’amicizia a distanza, perché solo la presenza fisica dell’altro/a riesce a farla sentire appagata.  Vale in questo caso la pena di aiutarla a soffermarsi sul perché.

Quando la solitudine è vissuta esclusivamente  come mancanza di qualcuno che si prenda cura di noi, o di una persona con cui poter "fare cose" insieme,  il problema del vuoto affettivo  (che di solito viene comunque dichiarato) finisce di fatto per adombrare un bisogno di tipo più prettamente strumentale, che attiene alla difficoltà a gestirsi autonomamente nel quotidiano senza la presenza di qualcuno a cui potersi "appoggiare". In questi casi, aiutare l'interessata a riconoscere la specificità del suo bisogno, sviluppando nel contempo le risorse in grado di controbilanciarlo, non solo può permetterle di conseguire una maggior indipendenza (di per sé benefica al vissuto soggettivo), ma anche di allacciare più facilmente proprio quei rapporti di frequentazione reciproca che sono dichiaratamente cercati, senza che rischi di "bruciare" troppo facilmente le relazioni possibili per le sue richieste "eccessive" di disponibilità e di assiduità di presenza.

 In ogni caso, il "filo diretto telefonico" con la conduttrice del training - che viene proposto in aggiunta alle sedute - abitua l'interessata a percepire che perfino una conversazione al telefono può costituire uno spiraglio rasserenante in una buia giornata solitaria, anche in assenza della presenza fisica della controparte, favorendo così una possibile coltivazione successiva anche dei rapporti a distanza.

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La personalità dipendente:

carente sul fronte dell’autonomia, la persona si mostra oltremodo compiacente verso gli altri, rifuggendo il conflitto e sopportando fin troppo, perché necessita in modo pervasivo della presenza e dell’approvazione di qualcuno che la supporti  nelle decisioni, e talora anche nello svolgimento delle banali incombenze del quotidiano. 

La personalità narcisista: 

aspettandosi come “dovute” l’altrui attenzione, disponibilità e sottomissione ai propri bisogni/desideri, tende allo sfruttamento interpersonale in quanto fatica a riconoscere l’altro come distinto da sé,  e a stabilire con le persone la necessaria empatia. Tende infatti a spezzare precipitosamente qualsiasi rapporto non si conformi pienamente alle sue aspettative.

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Va comunque considerato che componenti moderate di dipendenza e narcisismo appartengono in certa misura a ciascuno di noi. Da un lato, infatti, la dipendenza attiene al normale desiderio d’approvazione e al bisogno di condivisione, almeno finché non compromette l’autonomia della persona; dall’altro, il narcisismo non fa che esasperare l’intrinseca difficoltà dell’essere umano a confrontarsi con la differenza. 

Questi due tratti si coniugano tuttavia prepotentemente ai vissuti di solitudine quando diventano aspetti pervasivi della personità, che finiscono per compromettere tutte le risorse relazionali. Rischiano infatti di crear terra bruciata attorno,  perché a nessuno piace sentirsi strumentalizzato per soddisfare i bisogni altrui.

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