Il distacco irreversibile

18.04.2015 09:49

Il distacco irreversibile

Quando è la morte a strapparci la persona amata è quasi inevitabile sperimentare una delle sofferenze più laceranti che siano riservate all’essere umano.

Epicuro sosteneva che non bisogna aver paura della morte perché quando ci sei tu non c’è la morte e quando c’è la morte non ci sei tu, ma con queste parole si riferiva soltanto al timore della propria morte. In realtà, assai più che per chi muore, la tragedia è per chi resta. Che si creda o non si creda in una vita ultraterrena, o in un ritorno dell’anima in altro corpo (reincarnazione), il fatto inesorabile è che non rivedremo e non riabbracceremo mai più il nostro caro nelle sembianze e nell’individualità con cui l’abbiamo conosciuto e amato. Una fede tenace nella sopravvivenza dell’anima alla morte può attenuare il dolore che si prova per la vita interrotta di chi se n’è andato, ma non quello per noi stessi che l’abbiamo perduto, perché nemmeno il ricongiungimento finale nell’aldilà, promesso dalle religioni, compensa l’assenza che si produce nel qui ed ora. Ed è con questa che dobbiamo fare i conti.

Tutte le ricerche scientifiche condotte sul fenomeno di premorte, a partire dalla pubblicazione del best seller divulgativo di Raymond A. Moody  (La vita oltre la vita, 1975 – ed. it. 1977), sembrano portare riscontro al fatto che la nostra coscienza resta integra, e viene anzi amplificata, quando il nostro cuore smette di battere e il cervello cessa di funzionare. La comprovata veridicità dei dettagli riportati dalle persone che sono “ritornate in vita” dopo uno stato di morte apparente  (assenza di tutti i parametri vitali, compreso l’encefalogramma piatto – per un tempo che può anche superare la ventina di minuti; RING, 1980; SABOM, 1982), su quanto accaduto intorno al loro corpo esanime, o anche altrove, rappresenta infatti un’indubbia sfida a ogni riduzionismo della mente/coscienza al cervello, se non una potente suggestione a favore dell’esistenza di qualcosa  che in termini non scientifici viene comunemente chiamato “anima”.

Ciechi dalla nascita hanno potuto vedere nel loro stato di morte apparente, e in seguito descrivere, forme e colori che erano attorno a loro (RING, 2008). Ma quasi altrettanto univoche sono le testimonianze (salvo sporadiche eccezioni, ancora oggetto d’interpretazioni controverse) sul contenuto emozionale dell’esperienza, nell’abbandonare il proprio corpo, passare il varco (tunnel), rivedere il “film” della propria vita, incontrare i propri cari deceduti o figure della religione di appartenenza: quasi unanimi sono i racconti di un’ineffabile dimensione di amore, pace e benessere totale, che si abbandona addirittura con dispiacere quando si riceve il comando di “ritornare indietro”. L’esperienza sembra riguardare il 7% della popolazione mondiale, a prescindere dalla confessione religiosa o da un pregresso ateismo. Dopo aver provato un’esperienza di premorte le persone fanno ritorno alla vita significativamente cambiate nei loro valori e nelle loro credenze, ma soprattutto dichiarano di avere perduto ogni loro precedente paura della morte (GREYSON, 1980).

Questo filone di ricerca, ormai noto anche in Italia con la sigla inglese NDE (Near-Death Experiences, GIOVETTI, 2007), ma molto trascurato dalla nostra psicologia scientifica, sembra portare intriganti evidenze al fatto che la morte possa rappresentare in sé e per sé un trapasso “positivo” per chi se ne va, anche se straziante per chi viene invece così privato della persona amata. Una visione di questo tipo (ancora poco metabolizzata a livello socio-culturale, a dispetto di quanto predicato nei vari sermoni religiosi) aiuterebbe probabilmente non solo il malato terminale - e i suoi cari - ad affrontare con maggiore serenità e lucidità l’imminente dipartita, ma varrebbe anche a spogliare il già difficoltoso processo di elaborazione del lutto – soprattutto nei casi di morte prematura e/o inaspettata – di quell’orpello aggiuntivo di rammarico per i progetti, i sogni e i desideri che il defunto non potrà più realizzare, lasciando al dolore di chi resta solo la sua vera essenza: quella di dover sopportare una perdita affettiva irreversibile.

Il lutto: la sofferenza di chi resta

Morte del partner, morte di un figlio, morte dei genitori, morte di una sorella o di un fratello – ma anche morte di qualsiasi persona fosse per noi veramente importante, veramente cara. Queste sono situazioni in cui si apre dentro di noi la voragine dell’assenza, della mancanza. Col tempo l’assenza di quella persona potrà magari essere compensata dalla presenza di altre figure sostitutive, ma il nostro vissuto di mancanza non scomparirà mai del tutto: una porzione di quella mancanza ci accompagnerà per sempre, poiché col corpo che seppelliamo o cremiamo viene seppellita/bruciata anche quella relazione unica e insostituibile che avevamo col nostro caro che ci ha lasciati. Il senso di solitudine che viene a sopraffarci con la perdita definitiva della persona amata è quindi destinato soltanto a trasformarsi a poco a poco in un vissuto più profondo di solitudine esistenziale, che in qualche modo ci seguirà negli anni, anche se impareremo a conviverci, e che farà del nostro cuore un contenitore silenziosamente ricolmo di oggetti d’amore irreversibilmente perduti.

Non credo all’utilità di provare a stabilire una gerarchia del dolore a seconda che la perdita riguardi un figlio piuttosto che il coniuge, o altri. La misura del dolore del lutto discende tutta dall’intensità del legame affettivo che ci univa a chi non n’è più, piuttosto che dal vincolo di parentela. In secondo luogo dipende anche da una pluralità di fattori, tra cui primeggia la modalità con cui interviene il decesso, nel senso che una  morte violenta, o comunque improvvisa e inaspettata, ci coglie sempre più impreparati rispetto alla morte annunciata dalla malattia (lutto anticipato).

La psicologia ha tradizionalmente proposto per il processo di elaborazione del lutto.dei classici modelli a più fasi (fasi fluide, sovrapponibili, senza una successione rigida).  Tra i più noti, abbiamo quello a cinque fasi della KUBLER-ROSS (1969), fondatrice della psicotanatologia (sostegno psicologico rivolto ai malati terminali e ai loro congiunti), in origine riferito al processo di accettazione della propria morte imminente,  ma in seguito esteso anche all’elaborazione della perdita di una persona cara:

1. Negazione/rifiuto (incredulità, shock e sgomento)
2. Rabbia (frustrazione e rabbia contro il destino, gli altri, Dio e il mondo)
3. Negoziazione (graduale patteggiamento col destino e verifica del “cosa” si può fare)
4. Depressione (profondo dolore per la perdita irreversibile)
5. Accettazione (riorganizzazione della vita, trasformando l’assenza esterna della persona nella sua presenza interna – cfr. FREUD, 1915)

Altra concettualizzazione molto citata è quella di BOWLBY (1972-83), che ha identificato per il lutto quattro fasi, sostanzialmente simili a quelle del modello precedente:

1. Shock (incredulità, sgomento, protesta: “Perché proprio lui/lei? Perché proprio a me?”);
2. Struggimento e ricerca (irrequietezza, preoccupazione, pensieri continuamente rivolti al proprio caro, comportamenti istintivi di ricerca della persona deceduta, come se fosse ancora viva)
3. Disorganizzazione e disperazione (apatia; smarrimento, perdita di senso, chiusura in se stessi)
4. Riorganizzazione (affievolirsi del dolore acuto, ritorno alla quotidianità della vita e interiorizzazione della persona scomparsa).

Entrambi i modelli propongono tuttavia un’analisi meramente descrittiva di quanto accade con la morte di una persona amata, senza addentrarsi in quelle dinamiche intrapsichiche di elaborazione della perdita attraverso le quali viene ad attuarsi il processo di adattamento alla sua mancanza. In questo senso è piuttosto il modello duale di STROEBE e SHUT (1999) a soffermarsi sulla normale coesistenza nella persona in lutto di due disposizioni mentali che spingono in direzioni contrapposte: un orientamento alla perdita (rivolto a sperimentare profondamente il dolore) e un orientamento alla reintegrazione (rivolto a evitare il dolore, impegnandosi in attività distraenti e disponendosi ad affrontare i cambiamenti richiesti). La continua oscillazione tra i due estremi (anche più volte al giorno) caratterizza fisiologicamente i primi periodi del lutto, laddove per converso una precoce fissazione su uno soltanto dei due poli, ad esclusione dell’altro, suggerisce la probabile evoluzione del lutto in una direzione patologica (sia per incapacità/impossibilità di confrontarsi con il dolore, sia per incapacità/impossibilità di tollerare la separazione).

A differenza dei modelli a fasi, che considerano l’individuo in lutto come totalmente agìto (in senso passivo) da un processo di elaborazione che non governa, e che lo trascina di fase in fase come un bastone trasportato dalla corrente, il modello duale restituisce al processo di elaborazione del lutto un proprio margine di intenzionalità, almeno nella misura in cui – via via che i due orientamenti cominciano a intrecciarsi e a sovrapporsi nell’interiorizzazione della perdita -  è comunque la persona stessa a scegliere se sostare prevalentemente sull’una o sull’altra delle due polarità. Analogamente, Therese Rando (1991) scompone l’elaborazione del lutto in sei distinti sottoprocessi:

1. riconoscere la perdita;
2. sperimentare il dolore della separazione;
3. recuperare i ricordi e i sentimenti legati alla persona deceduta;
4. lasciare andare gli attaccamenti eccessivi nei suoi riguardi;
5. riadattarsi a un mondo che risulta cambiato,
6. reinvestire in altre relazioni ed esperienze significative.

La possibilità di maggiore/minore riuscita di questi sottoprocessi dipende certamente, in certa misura, dalla qualità della relazione affettiva che si aveva con il defunto, dalle circostanze della morte (improvvisa o preannunciata, prematura, serena o traumatica, ecc…), dalla prevedibilità della medesima (in funzione dell’età dello scomparso e/o delle sue condizioni di salute o di rischio professionale), dal ruolo familiare che il defunto ricopriva e dalle aspettative  risposte su di lui/lei (madre di figli piccoli, genitore che costituiva l’unica fonte del reddito familiare, ecc…), ma anche dalle caratteristiche personali della persona che subisce il lutto (età, grado di parentela, tratti di personalità, funzionamento psicologico, risorse personali, ecc...) nonché dalle risorse presenti all’interno del nucleo familiare e dalla presenza/assenza di un’efficace rete sociale di supporto.

Quadri di lutto complicato (persistenza e cronicizzazione delle normali manifestazioni della fase acuta del lutto) si manifestano, infatti, prevalentemente nei casi in cui:

1. la morte avviene in modo improvviso e/o tragico;
2. si sono verificati altri lutti precedenti;
3. una forte repressione emotiva ostacola il processo di elaborazione della perdita;
4. le reti sociali di aiuto sono assenti o inadeguate;
5. la famiglia è afflitta da altre problematiche preesistenti;
6. si sono di recente verificati altri eventi stressanti significativi (malattie, separazioni, ecc.);
7. sussistono disturbi psicologici antecedenti la perdita;
8. si aveva col defunto un precedente legame di dipendenza affettiva e/o materiale (fonte di sostentamento).

La possibilità di ricorrere a un aiuto esterno professionale, che, pur senza annullare un dolore e un vuoto affettivo inevitabili, agevoli lo svolgimento fisiologico del processo di elaborazione e superamento delle fasi più acute della sofferenza e della mancanza, può risultare proprio in questi casi discriminante, nel senso di evitare il configurarsi di un successivo quadro di lutto irrisolto, con le relative conseguenze a livello di patologia fisica e/o psichica. In questo senso il Percorso Guidato qui proposto si presta a sostenere psicologicamente nel momento più critico quelle donne che perdono una fondamentale figura di riferimento e che nel contempo mancano di altre relazioni affettive in grado di fornir loro il supporto emotivo di cui hanno bisogno. 

Il processo di elaborazione del lutto può, infatti, considerarsi concluso solo quando diventa possibile pensare senza disperazione a: quello che è stato e che non è più; quello che avrebbe potuto essere e che non sarà; quello che ancora resta comunque possibile.

 

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Lutto aggravato da condizioni di solitudine in età adulta

Morte del convivente/coniuge, in assenza di figli o con figli ormai adulti e indipendenti

Per quanto oneroso possa risultare il carico di dover provvedere da sola ai figli ancora piccoli, una giovane madre che resti vedova riesce spesso a darsi la forza di reagire al dolore della propria perdita proprio grazie all’amore materno e alla consapevolezza di quanto i suoi figli abbiano bisogno di lei. Viceversa, nelle coppie affiatate ma senza figli, la morte del coniuge o del convivente lascia il cuore e la casa completamente vuoti, salvo che per la possibilità di trovare a poco a poco un sostegno affettivo in altre persone della propria rete di parentela o di amicizie.

Perdita di entrambi genitori nel caso di figlia adulta ancora convivente con loro.

La figlia adulta che è sempre vissuta nella casa dei genitori è quasi sempre destinata a sperimentare un devastante scompenso nel momento della loro morte, soprattutto in assenza di un partner. Questo scompaginamento interiore interviene già nel momento in cui dovesse perdere per primo il genitore a cui era più intimamente legata, ma ancor più quando infine le vengono a mancare entrambi. Oltremodo difficile da affrontare è questo lutto nel caso della figlia unica, o dove comunque le relazioni di parentela rimaste non siano qualitativamente di supporto. L’inesperienza alla vita da single sovraccarica infatti il dolore della perdita con la difficoltà di imparare a vivere da sola.   

Morte dell’unico/a figlio/a

Sopravvivere alla morte di un figlio, specialmente se di giovane età, è tradizionalmente considerata la sorte più ingrata che un genitore si trovi a dover affrontare. Se la presenza di altri figli può lentamente aiutare nella dolorosa accettazione dell’irreversibile realtà, non altrettanto o non sempre riesce invece a farlo la presenza del coniuge/convivente, tant’è che la morte di un figlio piccolo trascina spesso con sé la crisi coniugale della coppia genitoriale. Il dolore della madre è infatti così devastante che il più delle volte non riesce ad essere condiviso nemmeno con il coniuge/padre, in un vissuto di solitudine tanto  radicato nel profondo da rischiare di trasformarsi in un effettivo isolamento da tutto e da tutti.

Morte del partner per una single trasferitasi a vivere da sola in altra città/regione/Stato

L’importanza di una rete affettiva di sostegno nel momento della perdita gioca qui il suo ruolo cruciale, in quanto la donna che non convive con il proprio partner subisce un lutto che non intacca l’intera quotidianità della sua vita  (già avvezza alla solitudine dei single), ma rischia di privarla emotivamente dell’unica presenza affettivamente importante, qualora la lontananza dai propri cari (famiglia, parentela, amicizie d’infanzia, ecc…) non sia compensata nell’attuale luogo di residenza da nuovi rapporti interpersonali altrettanto profondi e affidabili.

 

ALTRE SFIDE DI ATROPO

La morte in vita

I progressi della medicina hanno fatto sì che un numero crescente di persone riesca ormai a sopravvivere fisicamente agli ictus e a gravi lesioni cerebrali, restando tuttavia spesso in uno stato neurovegetativo, o in condizioni comunque paragonabili a quelle di una bambola di pezza, nel bisogno di ogni forma di accudimento e nell'incapacità di un comportamento comunicativo. A questi situazioni si aggiunge una molteplicità di patologie neurologiche progressive (demenze, SLA,  ecc…) che trasformano a poco a poco la personalità del malato fino a renderlo irriconoscibile ai propri cari, e a rendere talora gli stessi congiunti irriconoscibili a lui/lei (morbo d’Alzheimer).
L’assistenza di genitori o coniugi affetti da questi quadri patologici non tarda a diventare lo stillicidio di una perdita della persona amata protratta nel tempo, nonostante la morte non sia ancora sopraggiunta.
Quanto più viene meno l’ultimo barlume di una qualche rispondenza comunicativa (quadri di afasia totale o pressoché totale) ciò che resta della persona e della relazione non è più che il pallido simulacro di ciò che è stato, mentre per contro il processo di elaborazione del lutto risulta ostacolato da una permanenza in vita che impedisce lo scioglimento del legame e il subentrare di una riorganizzazione emotiva.
Quando infine la morte sopraggiunge può venire pertanto salutata come una “liberazione” (per sé e per il malato), o viceversa può spalancare un vuoto affettivo ancor più profondo, in quanto ormai assuefatti al ruolo di caregiver, nell’innesco di una dinamica di co-dipendenza dalla dipendenza totale dell’altro dalle proprie cure.

Affrontare la propria morte annunciata

Si nasce e si muore soli. Questa profonda verità sull’impossibilità di attraversare insieme a qualcun altro i due varchi che contrassegnano l’inizio e la fine della nostra esistenza terrena, ci dice molto sulla solitudine interiore che deve affrontare la persona a cui viene fatta una diagnosi di malattia terminale. Soprattutto in una civiltà come la nostra, che ha espulso l’Implacabile Mietitrice dalle case relegandola negli ospedali o negli hospice, e che sembra fondarsi su una tracotante negazione della morte (ARIÈS, 1975), il referto medico che annuncia il termine imminente dei propri giorni spalanca tutta la solitudine di un’ultima tappa di vita che raramente si riesce a condividere sul piano emotivo con le persone più care, proprio perché fonte anche per loro di una sofferenza difficilmente dissimulabile. Negazione, sforzi di dissimulazione dell’angoscia e del dolore, evitamento della tematica di morte nelle conversazioni con l’interessato, o irrealistiche dichiarazioni di speranza e incoraggiamento tendono normalmente a prendere il sopravvento nelle parole che i familiari rivolgono al morituro, in un tabù che finisce per confinare il malato terminale nella bolla di solitudine delle proprie incomunicabili emozioni, paure, rimpianti.  Proprio per questo - come la psicotanatologia insegna - sono spesso solo le figure professionali esterne (psicologi, ma anche – informalmente – medici o infermieri), non coinvolte da una precedente relazione affettiva con il malato, quelle che permettono lo sfogo di questi vissuti censurati e aiutano l’interessato, e i suoi familiari, nella gestione psicologica della fine incombente.

 

 

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