Legami disperanti

12.07.2015 00:00

LEGAMI DISPERANTI

1. Le due facce dell'amore

Nel nostro immaginario collettivo l’amore di coppia è concepito come bene supremo: il lieto fine della favola, la possibilità di conciliare passione e tenerezza, la reciprocità di dare e ricevere, la condivisione degli obiettivi, l’intimità e l’esclusività della relazione, ecc… Tuttavia, quasi per paradosso, il nostro universo simbolico fa coesistere con quest’immagine idilliaca anche il binomio “amore e sofferenza”, che viene palesemente a contraddire la connotazione paradisiaca della relazione erotica.
In questa seconda accezione, la dimensione amorosa non è per niente felicità, reciprocità, benessere. Non è un sollecito scambio, dove ciascuno si prende a cuore i bisogni dell’altro. All’opposto viene a configurarsi come una sorta di “sfida” (da vincere abbattendo gli ostacoli che si frappongono all’idillio sognato, per lo più trasformando l’altro in modo conforme ai nostri desideri), a giustificazione dell’unilaterale - e spesso impositivo - tentativo di “dare” a qualcuno che non sta chiedendo nulla (e che dunque si rifiuta di “ricevere”), o dell’ostinazione di “pretendere” da chi non è affatto disposto a “dare”. 
Ma come possono coesistere due rappresentazioni dell’amore così antitetiche?
La conciliazione degli opposti è possibile nella misura in cui l’immagine dell’amore-felicità sembra imporsi esclusivamente come traguardo da raggiungere, al prezzo di dure prove e profonde sofferenze. Comunque definisce soltanto una condizione atemporale, profondamente instabile nel suo effimero equilibrio, come la fotografia di un “attimo perfetto” che sortisce da un fluire dinamico di eventi frustranti, dolorosi, infelici, e che di solito è destinata a sgretolarsi a fronte di nuove delusioni, prevaricazioni, o dell’inconciliabilità delle parti.
In questa duplice rappresentazione dell’Eros, l’amore ci porta inesorabilmente sulle montagne russe: configura un saliscendi di picchi e voragini, tra l’ebbrezza delle ascese e lo sfacelo delle cadute. È la dimensione dell’amore eroico, che deve superare innumerevoli “prove” per poter trionfare.
Questo concetto interiorizzato di un amore a due facce (come un Giano bifronte) è forse tra le più grandi distorsioni operate dalla nostra cultura e dall’immaginario collettivo, al fine di asservirci a una modalità di relazione di coppia opportuna ai fini riproduttivi ma intrinsecamente sbagliata, nella misura in cui risulta spesso lesiva della nostra dignità e del nostro benessere personale. Entrambe le immagini (sia quella dell’amore-favola, sia quella dell’amore-sofferenza) sono meramente illusorie, in quanto distanti da una visione della relazione di coppia aderente alla realtà. Ma, abbinate insieme, risultano estremamente utili a farci accettare infiniti compromessi e soprusi nel nome dell’inevitabilità della sofferenza amorosa e della speranza di poter raggiungere – al prezzo dei nostri molteplici sforzi e del nostro soffrire – il traguardo auspicato. 
Senza l’interiorizzazione di questa “sfida” (il concetto latente dell’amore eroico) molte donne sarebbero assai più selettive nella scelta del partner, anche a costo di rinunciare a procreare nel tempo biologico utile. In questo senso l’implicita adesione femminile al concetto di “amore eroico” (commistione di sacrificio e coraggio, di mistica simbiosi e squallidi maltrattamenti) è funzionale alla procreazione e alla conservazione della specie.
Questa immagine di “Eros bifronte” è tuttavia all’origine anche di quelli che ho voluto chiamare “legami disperanti” proprio per distinguermi da tutta una letteratura psicologica che tende a ricondurre alla sindrome della dipendenza affettiva l’intera costellazione relazionale esemplificata dalle parole di Ovidio: "Non posso stare né con te, né senza di te".
Non posso stare con te, perché mi fai soffrire troppo, ma non posso nemmeno stare senza di te, perché la mia vita perderebbe di senso.

2. La costellazione dei legami disperanti

Anche se riconosco il connotato patologico di alcune tipiche situazioni riconducibili al concetto di dipendenza affettiva, e di co-dipendenza in particolare (es. la figlia dell’alcolista o del tossicodipendente che - una volta divenuta adulta - si sceglie come partner proprio uomini alcolisti o tossicodipendenti; la figlia del genitore maltrattante e violento che s’innamora poi di un uomo altrettanto violento nei suoi riguardi), credo che la costellazione dei legami disperanti si estenda ben oltre questi casi estremi, per coinvolgere una moltitudine di donne che semplicemente non riescono a rescindere relazioni di coppia in cui i loro brevi momenti di felicità-sintonia-appagamento hanno per contrappunto una quotidianità fatta di delusioni, ferite, amarezza, maltrattamenti, indifferenza, tradimenti, squalifiche, ecc…
Non mi riferisco affatto a quei legami coniugali che si mantengono in essere, a dispetto dell’amore ormai venuto meno da entrambe le parti, per mera convenienza o necessità economica.  Mi riferisco invece a tutte quelle situazioni - coniugali e non - in cui è soprattutto l’impossibilità psicologica di riconoscere la propria sconfitta affettiva (per non essere riuscite a cambiare l’altro nella direzione desiderata) a costringere alla “sopportazione dell’intollerabile”, nel tentativo a oltranza di tenere in vita una relazione di coppia che obiettivamente non può più essere né salvata né “riparata”.
Questa particolare attitudine all’eccessiva sopportazione dei soprusi del partner, in cambio di qualche occasionale briciola di felicità, è stata ripetutamente delineata in letteratura (R. Norwood, Donne che amano troppo, 1989; T. L. Cermak, Diagnosing and Treating Co-dependence, 1986; P. Mellody, Facing Love Addiction, 1992) come un tratto psicologico che si sviluppa dalle carenze e dalle inadeguatezze sopportate nella primissima infanzia, nel rapporto affettivo con le figure genitoriali.
Ogni teoria psicologica del tratto tende tuttavia a presupporre l’esistenza di caratteri in qualche modo “predestinati” a certe vicissitudini. Da qui, negli ultimi vent’anni, l’uso e l’abuso in psicologia della cosiddetta “sindrome di dipendenza affettiva” (love addiction) per spiegare l’automatismo inconscio di quel copione che porta molte donne a tentare di “correggere” nel presente il passato, cercando di dare un altro epilogo ad identica storia mediante la scelta sistematica di un compagno scostante/frustrante/maltrattante come e quanto lo era il genitore d’origine.
Ma a leggere le pagine in cui la Norwood (1989) tenta di delineare la costellazione familiare  da cui si svilupperebbe questa sindrome, noto che l’autrice scivola inesorabilmente da un elenco di abusi e inadempienze genitoriali  macroscopiche e obiettive (in contesti di alcolismo, tossicodipendenza, violenze domestiche, abusi sessuali, ecc…) fino a quello di comportamenti parentali molto più sfumati, anche se d’indubbio impatto psicologico sulla bambina.
Poiché, tuttavia, i “genitori perfetti” non esistono, e nella primissima infanzia imparare a tollerare la frustrazione costituisce una tappa evolutiva fondamentale per ciascuno di noi, mi domando fino a che punto non abbiamo tutte alle spalle una storia che dovrebbe intrappolarci in relazioni affettive riconducibili alla sindrome/tratto in questione. Invece, tra tante donne che potrebbero elencare una lunga serie di rilevanti inadempienze da parte dei genitori, solo un numero limitato di esse resta imprigionato in relazioni di coppia che riproducono a iosa tutte le frustrazioni d’origine. Perché?
In altri termini, se funziona davvero la “teoria del tratto” impresso dalle disfunzioni genitoriali:
• perché Roberta non si separa da un partner che sistematicamente la picchia e la manda in ospedale, mentre Carla decide di lasciarlo non appena lui tenta di darle un unico schiaffo?
• perché Maria condivide per anni il suo partner con la legittima consorte, nell’attesa che decida di separarsi, mentre Paola respinge l’attraente corteggiatore non appena scopre che è sposato?
• perché Stefania si ostina a struggersi per un uomo che le dichiara apertamente di non essere innamorato di lei, e che se la tiene solo come “trombamica”, per quando non ha altri impegni o relazioni sessuali in corso, mentre Anna lo lascia sui due piedi nel momento in cui scopre di essere stata tradita?
Sono queste le domande alle quali la pur intrigante analisi della Norwood (1989), a mio avviso, non risponde. Ed è proprio sulla questione della dipendenza affettiva che una teoria psicologica del “tratto” (come componente “fissa” della personalità, sia essa costituzionale o acquisita) rivela forse tutti i propri limiti.

Quello che in fondo vorrei affermare è che, a certe condizioni, possiamo tutte cadere nella trappola del legame disperante, come quando – ad esempio - ci innamoriamo perdutamente di qualcuno che per certi aspetti incarna il nostro ideale di uomo, ma che per altri aspetti ci sfugge o ci prevarica. Siamo, infatti, tutte potenzialmente a rischio proprio perché, in quanto donne, siamo state culturalmente indottrinate  dalle fiabe-romanzi-film al concetto dell’“amore eroico” (che travisa l’essenza quotidiana della relazione di coppia reale), e comunque abbiamo dovuto crescere imparando che il nostro oggetto primario d’amore (il genitore) non è sempre disponibile a soddisfare tutti i nostri desideri.
A fare la differenza tra chi resta invischiata in questi legami affettivi disperanti, e chi invece riesce a sottrarsene, non è dunque semplicemente il nostro passato (i.e., l’aver avuto una relazione primaria gravemente disfunzionale con le figure genitoriali), quanto piuttosto l’essere poi riuscite ad acquisire, oppure no, una piena consapevolezza della nostra dignità di donne.
Non nego pertanto che la presenza di relazioni disfunzionali nella famiglia d’origine comprometta il più delle volte l’acquisizione di questa autostima, favorendo davvero la nostra disposizione inconscia a cercare nella dimensione di coppia una replica correttiva del rapporto problematico, o carenziale, che abbiamo avuto con nostro padre o nostra madre.  Ma non ritengo che sia questo il discrimine tra chi è disposta a subire le prevaricazioni del partner e chi no. Credo cioè che non sia, in sé e per sé, la frustrazione sperimentata da bambine a predisporci (come “destino” inesorabile) all’eterna ripetizione del vecchio copione, ma che lo sia piuttosto quel significato che oggi siamo in grado di attribuire alla precoce esperienza di frustrazione dei nostri bisogni. Se ci hanno convinte, cioè, che non ci “meritiamo” l’amore e il rispetto di nessuno, o che l’amore sia un bene così raro e prezioso che si può ottenere solo a piccole dosi e  che dobbiamo “pagare” con estremo sacrificio e sopportazione, allora siamo fregate.  Se invece siamo riuscite a capire che c’era qualcosa di intrinsecamente “sbagliato” in ciò che ci ha fatto sperimentare tanta sofferenza nella nostra infanzia, e che è nostro diritto pretendere di realizzare un rapporto d’amore diverso, allora abbiamo una chiave che ci spalanca tutt’altro tipo di possibilità.
Solo nella misura in cui pensiamo di non “meritare” l’altrui rispetto, o se abbiamo imparato a credere che l’amore debba comunque costare frustrazione e sofferenza, saremo disposte ad accettarle entrambe, nella speranza che alla fine la “favola” possa finalmente trionfare. Ma ecco che allora siamo già cadute nell’equivoco, perché l’amore vero non è né favola né incubo! È qualcosa di meno “eroico” del sogno che rincorriamo, ma anche di molto meno “disperante” dell’incubo che siamo disposte a tollerare per raggiungerlo. Il problema è che le favole ci hanno insegnato un lieto epilogo che recita: “E vissero per sempre felici e contenti”.  Ma di solito nessuno ci ha insegnato quali siano quei confini di abnegazione che è insano superare anche in nome di un sogno d’amore.

 

 

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3. La sindrome della dipendenza affettiva come artefatto psicologico

Il ruolo della donna nella nostra società è cambiato a dismisura negli ultimi cinquant’anni. Viceversa, resta inalterato nell’inconscio collettivo l’archetipo della donna-madre (nutrice che dispensa il proprio amore oblativo, figura sacrificale). E altrettanto inalterata nel profondo è la nostra aspettativa di un “prezzo” da pagare alle gioie dell’amore.
La possibilità dell’innesco di quell’artefatto psicologico che è stato chiamato “dipendenza affettiva” (equiparandolo alla dipendenza dall’alcol, da sostanze, ecc…) ne sortisce con facilità, anche se non disponiamo di nessun criterio obiettivo per stabilire il confine tra ciò che ci “fa onore” in quanto donne capaci di un amore così intenso da perdonare tutto, e ciò che ci squalifica in quanto donne che si riducono a zerbino, di fronte alle altrui manipolazioni.
Questo “confine assoluto”, di fatto, non esiste. Forse per questo la sindrome della dipendenza affettiva l’hanno inventata gli psicologi, ma non si ritrova nelle classificazioni psichiatriche, in quanto possibile costellazione sintomatica trasversale a tanti diversi disturbi psichiatrici.
Quali abusi da parte del partner devo tollerare senza ribellarmi perché mi si possa definire “dipendente”? Quanti schiaffi devo ricevere dal mio compagno? O cos’altro devo subire senza rendermi capace di fare a meno di lui? E che dire, poi, di quella minoranza di casi in cui tanta iniziale abnegazione in stile “crocerossina” (“Io ti salverò!”) riesce davvero a produrre, alla fine, il risultato sperato? L’esito obiettivo della relazione può o non può fungere a posteriori da parametro per discriminare tra l’aspettativa velleitaria e quella realistica?
Assai più che come “tratto psicologico” dell’interessata, mi sembra dunque che queste situazioni così frequenti possano leggersi come lo sfortunato incastro tra una certa potenziale disposizione caratteriale (solitamente maturata dai significati acquisiti attraverso la pregressa storia personale/ambientale) e un uomo – o certe circostanze – che fanno da catalizzatore alla problematica. Ma nella misura in cui questo “incastro” è almeno in parte accidentale, ed è discrezionale l’attribuzione di questo o quel significato a un’identica storia personale, resta anche aperta la possibilità di sottrarsi al “destino” di eterna ripetizione dello stesso copione. E resta aperta la possibilità di rivedere i propri presupposti, per operare delle scelte diverse per il futuro.

4. LA TECNICA D'INTERVENTO

La forza cogente della cultura di appartenenza, nel distinguere la sopportazione lecita da quella illecita, è fortissima nell’ambito dei legami disperanti. La donna musulmana in chador, sposata a un uomo poligamo, ha inevitabilmente un vissuto e un confine di tolleranza diverso dal nostro rispetto al problema. Ma analoghe differenze - culturali in senso lato - si riscontrano a seconda che l’ambiente di provenienza, e la storia personale d’infanzia, abbiano più o meno precocemente ratificato la “normalità” di comportamenti di maltrattamento, prevaricazione, svalutazione, abuso o violenza sulla donna (i.e., il significato che diamo alle cose).
E allora?
Allora, in tutti questi casi in cui da adulte “soffriamo” una relazione di coppia alla quale ci è tuttavia così difficile rinunciare, può diventare prezioso un supporto relazionale esterno, di tipo cognitivo-comportamentale, che invece di tentare di imporre qualche confine istituzionale assoluto (che non esiste!) tra ciò che è amore e ciò che è solo dipendenza, ci aiuti ad esercitare la piena capacità di riflettere sul nostro rapporto di coppia “difficile”, e su tutto ciò che esso implica per noi, consentendoci di individuare i nostri preconcetti sull’amore (provengano, questi, dalla nostra personale storia d’infanzia o dal tessuto sociale in cui siamo cresciute) per riscoprire così una nostra capacità di scelta, consapevole e autonoma, allo scopo di stabilire (e rispettare) dei limiti  - doverosamente personali e soggettivi - tra ciò che l’amore può e non può “perdonare”.
Questo significa affrontare contenuti, fatti e implicazioni del legame di coppia disperante, senza giudizi aprioristici su ciò che ricade o non ricade nella cosiddetta “dipendenza affettiva”.  Si tratta, cioè, di cercare piuttosto di capire fino a che punto quel “prezzo” quotidianamente pagato al mantenimento della relazione rappresenta una scelta voluta e consapevole di sacrificio, rispetto a qualche nobile fine di ordine superiore (il bene dei figli, i bisogni dell’altro, ecc…), o se piuttosto rappresenta la pericolosa rinuncia al sacrosanto diritto di non essere impunemente calpestate da nessuno, e/o la difficoltà di concepire soluzioni di vita alternative.
Il confronto diretto con la professionista su questo tema (nel Percorso Guidato) può quindi portare in ambedue le direzioni:
a) quella del mantenimento del legame (come consapevole accettazione di ciò che prima provocava un conflitto interiore), a fronte di una ponderata valutazione dei motivi che sostengono la relazione, e di una rinnovata scelta nel tollerare da parte del partner alcuni comportamenti disturbanti come forma di un consenziente e reciproco compromesso;
b) quella della risoluzione del rapporto (come rifiuto degli abusi troppo a lungo sopportati), a fronte dell’evidenza che il danno personale provocato dalla relazione è superiore a qualsiasi beneficio possa derivare dalla medesima.

 

 

Contatti

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