Psicologia della solitudine

26.11.2014 14:26

Solitudine e Depressione sono sorelle. Quale che sia il “cognome” con cui si presentano (Solitudine Affettiva o Isolamento sociale, da un lato; Depressione Maggiore, Disturbo depressivo, ecc… dall’altro), hanno di solito in comune gli stessi genitori.
Di volta in volta saranno figlie della signora Mancanza e di Desiderio Frustrato, del signor Lutto che convive con la signora Perdita, o di Diffidenza Patologica sposata al signor Isolamento. Potranno anche nascere dal matrimonio di Abbandono con Dipendenza Affettiva, dal coito occasionale di Bassa Autostima con Traguardo Fallito, nonché da molte altre unioni che sarebbe troppo pedante elencare qui. In ogni caso, sono entrambe tipicamente figlie di alcune ben note coppie genitoriali.
Ora l’una e ora l’altra potranno magari restare figlie uniche, come quando Depressione viene generata da un signor Traguardo Fallito di esclusivo lignaggio “professionale”, o come quando Solitudine convince i genitori a darle per sorella adottiva una saggia bambina di nome Scelta (o Accettazione), che provvederà a non lasciare più spazio alla nascita di Depressione.
Più spesso, tuttavia, Solitudine e Depressione sembrano destinate a crescere insieme – sostenendosi e rafforzandosi a vicenda - come succede appunto a due sorelle.
Si tratta però soltanto di due sorelle – e non di gemelle! - perché il loro corredo genetico è diverso e la loro gestazione non è mai simultanea.
Di solito la primogenita è Solitudine, che troverà presto nella sorellina una creatura molto affine a sé, da cui le sarà via via sempre più difficile separarsi. Ma anche quando la primogenita è Depressione, proprio il suo carattere malinconico e la sua tendenza a isolarsi incoraggiano spesso i genitori a darle Solitudine per compagnia.
La forte somiglianza delle due sorelle è immediatamente riconoscibile a chiunque le osservi. Ma non trattandosi di gemelle omozigote, sia l’aspetto esteriore che il carattere sono ben distinguibili. Non a caso, infatti, le due sorelle sono solite ricevere trattamenti differenziati, sia dalla famiglia che dall’ambiente esterno.
Depressione è una bambina molto malata, che desta preoccupazione e sollecita le cure di tutti, proprio perché la sua malattia rischia di metterla anche in pericolo di vita. Per contro, Solitudine non appare di salute così cagionevole. È lei la più forte delle due, almeno in apparenza. E ci si aspetta quindi che non abbia bisogno delle stesse attenzioni della sorella, in quanto più capace di badare a se stessa e di superare senza aiuto le difficoltà.

Ma è proprio così?
In realtà Solitudine è spesso infelice quanto la sorella, pur non essendo altrettanto malata. Per questo finisce di solito per sviluppare tutta una serie di piccoli sintomi che testimoniano il suo disagio (stati d’ansia, insonnia, disturbi psicosomatici, ecc...), come se soltanto attraverso questi campanelli d’allarme riuscisse a guadagnare un po’ più di considerazione. In assenza di questi ultimi, Solitudine riesce a ottenere l’attenzione altrui soltanto di riflesso della sorella, quando si trova a camminare a braccetto con lei.

Fuor di metafora, sono ancora pochi - in Italia - gli psicologi che prestano un’attenzione specifica alla problematica della solitudine, pur trattandosi di una fonte di sofferenza che affligge innumerevoli persone e che costituisce spesso il terreno d’incubazione di tutta la gamma dei disturbi depressivi e di molteplici malattie organiche.
In ambiente anglosassone, studi e ricerche sulla solitudine sono venuti assommandosi negli ultimi decenni, a partire dalla pietra miliare posta da Robert Weiss (1972) con la sua storica distinzione tra s
olitudine affettiva e isolamento sociale.    Ma in Italia la solitudine sembra ancora un problema di pertinenza più sociologica che psicologica, delegato agli assistenti sociali, agli educatori, ai vari servizi d’integrazione sociale, o - tutt’al più - agli psicologi di comunità. Il versante interiore (intrapsichico) della solitudine è comunemente lasciato al fai-da-te dell’interessato e alla remissione spontanea, quando non ai vari servizi che speculano sulla promessa di risolverlo aiutando a trovare l’”anima gemella” (agenzie matrimoniali e siti di ricerca del partner).
La cosa non stupisce più di tanto, dato che la solitudine sfugge alle categorie diagnostiche della psichiatria tradizionale (non esistendo farmaco in grado di “curarla”), mentre d’altro canto la figura professionale dello psicologo clinico è ormai quasi riassorbita da quella dello psicoterapeuta, che opera spesso con un ruolo ancillare in un ambiente medico-psichiatrico, ricevendo soprattutto da neurologi e psichiatri l’invio dei pazienti. 
La verità è che la solitudine non è una malattia (i.e., non corrisponde a nessuna categoria specifica del DSM), e in questo senso esula - e deve esulare - dalle competenze di psichiatri e psicoterapeuti. Altrimenti significherebbe patologizzarla.
Almeno come dimensione esistenziale, una certa porzione di solitudine accompagna infatti ogni essere umano, dalla nascita alla tomba. Né si deve dimenticare che la solitudine può essere anche liberamente scelta. Sarà allora il ritiro sociale dell’eremita, dell’artista, del navigatore solitario, dell’esploratore, ecc... Tutte persone, queste, che cercano la solitudine proprio in quell’accezione positiva del termine che appartiene alla lingua inglese con la parola solitude, ben distinta nel mondo anglosassone sia dalla loneliness (solitudine in senso psicologico, ma con connotato di sofferenza), sia dalla aloneness (solitudine in senso fisico, isolamento).

Come all’italiano mancano queste tre sfumature linguistiche, così la nostra psicologia clinica sembra ancora riluttante a farsi carico della specifica dimensione psicologica di sofferenza che connota la loneliness, intesa come solitudine affettiva, con la conseguente carenza di percorsi di sostegno appositamente pensati per le persone che  la sperimentano. 
È come se dominasse ancora la nostra mente il tradizionale binomio “anziani e solitudine”, quasi che solo nella Terza Età ci si potesse “sentire soli”.  Per contro, tutte le ricerche condotte sul tema, in Italia e all’estero, evidenziano piuttosto che la solitudine non ha età - così come non ha sesso, né uno stato civile preferenziale (Miceli, 2002).

Ciò che in inglese si chiama solitude può ben essere tema di riflessione per filosofi e mistici. D’altro canto, l’aloneness chiama sicuramente in causa i nostri servizi d‘integrazione sociale. Ma la loneliness, o quello che in italiano possiamo tradurre con “solitudine affettiva”, è di certo un problema che vede proprio nello psicologo la figura professionalmente più competente per fornire un aiuto efficace.
Parlo di competenza dello psicologo, e non di uno psicoterapeuta, così come parlo di un aiuto (per affrontare meglio una difficile circostanza di vita) e non di una terapia (per curare un disturbo individuale).
Poiché la solitudine non è una malattia, non si tratta infatti di “curare” un disturbo che attiene alla persona, a prescindere dalle circostanze esterne, patologizzando così la condizione dell’interessato/a. D’altra parte, la solitudine affettiva non è nemmeno un problema riducibile al solo dato esterno, obiettivo (mancanza di relazioni interpersonali, tessuto sociale, ecc…). È piuttosto un problema che si pone a cavallo tra i due fronti, esterno e interno.

Quanti amici, relazioni, parenti servono per non sentirsi soli? Quale tipo di relazione vale a sventare la solitudine? Un partner? Un figlio?  I genitori? Le amicizie profonde? Mille amici su Facebook?
Impossibile a dirsi, perché ogni solitudine ha una propria specifica richiesta: a me può bastare trovare un partner per contrastarla, a te aiuterà invece l’amica del cuore, a un'altra i suoi figli, ma a un'altra ancora non basteranno né partner, né figli, né amicizie…
Il nostro senso di solitudine proviene da come percepiamo noi stessi in funzione della nostra sfera relazionale. Se l’autostima è sufficientemente solida, ci possono bastare anche soltanto due amici per non sentirci soli. Se è fragile, spesso non ne bastano cento. Ma c’è di più - qualcosa che rimanda all’eterna diatriba che si trascina in psicologia tra “teorie dello stato” e “teorie del tratto”.

Per certi versi il senso di solitudine appare come un male contingente (stato), in grado di dissolversi all’istante non appena viene trovata - o recuperata - quella specifica relazione alla cui mancanza esso deve il suo insorgere (Weiss, 1972). Sul versante opposto, Young (1982) individua tuttavia dodici cluster di altrettante predisposizioni individuali (tratti emotivo-cognitivo-comportamentali) a diversi modi di sentirsi soli.
Le due prospettive non si escludono a vicenda. Al contrario, mettono in risalto come il senso di solitudine sia un problema che coinvolge contemporaneamente sia il Sé sia il Mondo.

Al pari di quanto avviene nei percorsi psicologici che aiutano a elaborare lutti particolarmente difficili, il compito dello “psicologo della solitudine” è dunque quello di sostenere la persona addestrandola al coping (fronteggiare, tener testa, destreggiarsi) rispetto a una situazione esterna obiettivamente sfidante e dolorosamente penosa da gestire, aiutando così a sfruttare al meglio tutte le proprie risorse per trovare una via d’uscita al proprio deserto (interiore ed esteriore). Quest’area d’intervento è suscettibile, a mio avviso, di un interesse specifico da parte degli psicologi.
Già vi sono molti miei colleghi che offrono i loro servizi di counseling/assistenza su problematiche che attengono a separazione e divorzi (con gli eventuali strascichi di ansia e depressione che spesso ne derivano), l’elaborazione del lutto, le difficoltà relazionali o gravi sintomi di “timidezza”, nonché su tutta l’area delle cosiddette “dipendenze affettive”.
La solitudine da perdita accomuna tuttavia quelle le situazioni in cui una precedente relazione affettiva viene d’improvviso a mancare (per morte, abbandono, separazione), così come il timore della solitudine (interiore) domina quei “legami disperanti” in cui, per dirla con Ovidio: “Non posso stare né con te, né senza di te”. Allo stesso modo, una solitudine da mancanza affligge le persone che sono alla disperanza ricerca di un coinvolgimento affettivo profondo (un partner?) senza tuttavia riuscire a trovarlo, o a “sopportarlo” (paura dell’intimità).  Ma è sempre un disagio inerente alla sfera della solitudine affettiva quello che attraversa tutti questi casi, anche se si declina in forme tanto diverse, talora perfino contrapposte.
Ho osato ri-battezzare questo tipo di disagio psico-sociale con il nome di “divieto d’amore” per connotare semanticamente una possibile area di intervento psicologico di sostegno, sfrondandola da tutta la catena di associazioni mentali squalificanti che sono purtroppo spesso associate - in lingua italiana - alla parola "solitudine" (es. gli anziani, i vari misantropi, i timidi, l'inettitudine sociale, ecc...),  intendendo per “amore” un sentimento che si esprime in una relazione adulta e appagante, contrassegnata da reciprocità, e dunque in grado di procurare benessere piuttosto che sofferenza. Il vissuto di “divieto” subentra, in questo senso, sia quando questo l'amore viene a mancare, sia quando non si riesce a trovarlo/realizzarlo.
In assenza di amore (“in divieto d’amore”) è normalmente la loneliness (solitudine come sofferenza psicologica) a fare la propria comparsa, non importa da quante o quali persone si sia circondati. Questa solitudine colpisce, di fatto,  persone di entrambi i sessi - siano esse giovani o vecchie, bambini, adolescenti o adulti, e siano esse single o conviventi, celibi/nubili oppure coniugate, separate, divorziate o vedove.

Occuparmi di “donne in divieto d’amore” significa dunque  occuparmi della solitudine affettiva delle donne, in tutte le sue diverse accezioni. E significa proporre, a chi ne sente il bisogno, un Percorso Guidato di Gestione della Solitudine che aiuti a fronteggiarla, destreggiandosi con le specifiche limitazioni che impone, senza bisogno che ciò che (ancora) non è una malattia si trasformi davvero in qualche malattia (fisica o psichica) per  ricevere attenzione e trovare un sostegno.

Quanto infine alla scelta di concentrare la mia attenzione sul versante femminile della problematica, si è trattato soltanto di un'esigenza derivata da alcune specifiche scelte operative del mio Percorso Guidato, come spiego in dettaglio nell'homepage del mio sito: www.donneindivietodamore.it.

Egler Ghinato

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